Prima di appartenere alla famiglia Venini, la villa, insieme ad un gran numero di terreni e fabbricati, appartenne al milanese conte Lorenzo Salazar. Il 20 agosto 1827 egli vendette al Sig. Antonio Venini figlio del fu Bernardo tutta la possessione di Vittuone e cioè, oltre la villa, tutti i terreni e le case coloniche per un totale di 1891 pertiche e 2 tavole al prezzo di Lire milanesi trecentonovemila.
La casa Salazar, oriunda della Spagna, si trasferì a Milano nella seconda metà del XVI secolo. Don Diego, primo della famiglia che si trasferì in Italia al seguito delle armate, fu nominato Gran cancelliere dello Stato di Milano e nel 1618, con diploma del re Filippo III, feudatario di romanengo e pertinenze, sul quale potè appoggiare il titolo di conte per sé e i discendenti maschi primogeniti.
Di certo la casa Salazar divenne una ricca e potente famiglia. Da una relazione del 1825 fatta dagli ingegneri Bianchi e Giussani si rileva l'elenco dell'intero patrimonio della famiglia tra cui compaiono anche i beni di Vittuone.
La possessione di Vittuone col palazzo padronale pervenne al Conte Lorenzo Salazar per via ereditaria ed in seguito alle divisioni avvenute tra fratelli e sorelle alla morte del padre. Il conte Giovanni, padre di Lorenzo, morto a Milano il 31 agosto 1803, aveva a sua volta ereditato la tenuta vittuonese dal proprio padre, il conte Lorenzo, unico intestatario di tutti i beni di Vittuone all'epoca della rilevazione catastale settecentesca (catasto di Carlo VI o teresiano).
Questi beni vittuonesi non pervennero per eredità paterna, ma attraverso la madre. Lorenzo era figlio del Conte Giovanni e della Contessa Rosa Margherita Resta; fu il nonno il Marchese Giovanni Battista resta con suo testamento del 26 giugno1717 ad istituire il nipote, sebbene indirettamente, quale suo legittimo erede.
Il marchese Resta, feudatario di Vialba e di Villapizzone nella pieve di Bollate (investitura del 20 giugno 1677), fu un degno rappresentante di questa nobile famiglia attraverso il quale possiamo cogliere il tenore e le sue abitudini della classe nobiliare milanese del diciassettesimo secolo.
All'inizio dell'ottocento la Villa Venini comprendeva la casa padronale, l'abitazione del fattore e dell'affittuario, il giardino grande, i giardinetti e l'ortaglia. Numerosi sono gli ambienti rustici e civili, tanto che nella descrizione rinvenuta nell'atto di acquisto Venini ne contiamo ben 124, tra di essi notiamo: la corte rustica con apertura grande chiusa da due ante per mezzo della quale si comunicava con la piazza, l'arsenale e la scuderia grande di dodici poste che si apriva verso il portico.
La ghiacciaia, cinta di cotto con suolo di terra, era il luogo in cui veniva conservata la neve raccolta durante l'inverno. Numerose sono le ville e le cascine, nel nostro come nei comuni limitrofi, che nei secoli passati possedevano una ghiacciaia. Spesso era posta nelle zone più fresche dei giardini o nei pressi dei fabbricati rurali ed era sormontata da un cumulo di terra su cui crescevano ombrose piante di varie specie.
Vi erano poi la lavanderia, i granai, le stalle e la serra degli agrumi.
A testimonianza del fatto che nel settecento la Villa costituisce non solo la residenza del proprietario ma il nucleo centrale di controllo dell'attività agricola legata alla proprietà fondiaria, il luogo in cui confluiscono gran parte dei prodotti agricoli, troviamo poi anche gli edifici atti alla trasformazione dei prodotti agricoli stessi. Vi erano ben due torchi da vino, l'uno nella cantina, l'altro in un locale a piano terreno, entrambi d'uso privato, ed una filanda.
Entrando nella corte civile si passava all'edificio padronale costituito da varie sale tra cui anche quella da biliardo. L'atrio grande con due aperture arcuate fungeva da tramite tra la corte nobile e il giardino; il suolo era di cotto, la volta reale era sostenuta da quattro colonne di granito con base e capitelli. Qui vi era lo scalone che conduceva al piano nobile superiore con parapetto in ferro, tre ripiani di cotto e volta reale con dipinto a fresco nel mezzo. Si giungeva invece al belvedere per mezzo di una scaletta in legno.
Dall'atrio si passava poi al giardino grande, cinto da muri, sui quali si innalzavano dieci prospettive. Il giardino, sebbene ricopriva l'estensione attuale non presentava lo stesso impianto romantico; era diviso da viali in quattro quadri e terminava con un cancello in ferro di fronte alla porta d'ingresso.
Faceva parte del complesso civile anche il piccolo Oratorio, con volta, suolo e mensa di cotto ed altare in legno.
Villa RESTA
Maestoso doveva essere in origine il complesso di villa Resta, e davvero notevoli i possedimenti della famiglia.
Anticamente era in uso alla morte di un ricco possidente far dire messa nelle chiese parrocchiali di quei comuni in cui il nobile aveva un certo potere determinato dalla quantità dei beni ivi posseduti.
Non sappiamo con esattezza che fu il primo proprietario di villa Resta, sappiamo però che il cavaliere Aurelio Resta quando nel 1643 stese il suo testamento aveva già ingenti quantità di terre e fabbricati in Vittuone, tra cui, oltre le case masserizie anche sedimi da nobile.
Come si evince dalla rilevazione settecentesca, il primo intestatario certo della villa, oltre che dell'intera partita dei beni immobili vittuonesi, fu il conte Carlo Resta.
Nell'anno 1746 il conte Carlo e la moglie Giulia Visconti a causa di una indisposizione chiesero ed ottennero facoltà di fare una novena con esposizione del sacramento nell'Oratorio di loro proprietà in Vittuone, ove solevano villeggiare. Alla sua morte il conte lasciò i beni di Vittuone al figlio Giuseppe cui succedette, nei primi anni dell'ottocento, il figlio Carlo, in seguito alla divisione dei beni tra i due figli maschi Carlo e Ferdinando.
Carlo sposò la marchesa Maria Olevano Confalonieri dalla quale ebbe cinque figli tre dei quali, Giuseppe, Camilla e Giulia raggiunsero l'età adulta. A Giuseppe pervennero tutti i beni appartenuti al padre e quelli della madre. Il marchese Francesco Olevano Confalonieri, padre di unica figlia, istituì a sua volta il nipote quale erede dei suoi beni nel Regno Lombardo - Veneto.
Tra i caseggiati di Vittuone di proprietà Resta troviamo:
la cascina San Carlo, la masseria del Ronzio, il caseggiato da massaro Restelli, il caseggiato detto del Cozzi, il caseggiato detto del Ronzio, il caseggiato del Torchio e quello del Forno, il caseggiato detto la Corte del Bodino, il caseggiato di proprietà Albasini, la Corte Nuova, la Cascina Resta, la Cassinetta ed infine il Palazzo con rustici e brolo annessi.
Casa Resta rimase dunque di proprietà della famiglia fino alla fine del secolo scorso quando passata in eredità alla contessa Giulia venne venduta per mezzo del di lei figlio, in qualità di procuratore generale, all'industriale e possidente Carlo Soriani, che acquistò l'ala padronale al prezzo di lire ventimila italiane. Nell?atto di acquisto la Villa viene così descritta: "Casa civile con corte giardino e rustici posta in piazza Resta al civico n. 24 di piani tre e vani ventiquattro".
Rimasero di proprietà Resta Moroni le due ali di edifici che prospettano sulla omonima piazza fra cui l'Oratorio dedicato a San Francesco d'Assisi.
Risale a questa data la realizzazione dell'attuale cancello d'ingresso e delle tratte di cinta che partendo dal cancello definiscono l'ingresso e il cortile interno. In precedenza l'accesso alla proprietà era posto sulla Via Pozzi, allora Via della Pesa, l'intera Piazza Resta era quindi pertinenza della villa.
Poco o nulla è rimasto del giardino originario che doveva essere ancora più grandioso di quello di Villa Venini. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che costituiva patto di vendita la facoltà da parte della venditrice di asportare lo strato vegetale in altezza di quindici centimetri; possiamo dunque pensare che il giardino venne consegnato nudo di piante, come testimonia anche il fatto che la rilevazione catastale ottocentesca non ne segnala l'esistenza.
Dagli atti risulta quindi che il complesso della villa, di cui faceva parte anche una filanda, venne decorosamente mantenuto dai proprietari sino a che questi si sentirono direttamente legati ai propri beni e alle sorti del Comune. Nel momento in cui la possessione passò in proprietà a Giulia Resta iniziarono le vendite e i frazionamenti.
La contessa Giulia, infatti, sposò il conte Moroni di Bergamo e ivi stabilì la propria residenza; probabilmente non utilizzò più la Villa di Vittuone per i propri soggiorni, come dimostrava anche lo stato di trascuratezza dei beni.
La nobile casa Moroni, subentrata ai Resta, diede l'Oratorio in uso alla Parrocchia, ma ne mantenne di fatto la proprietà e la facoltà di deciderne le sorti. Dal Liber Chronicus di Don Turioni sappiamo che questo Oratorio aveva anche un tornio con due campanelle che suonavano per l'ufficiatura dei confratelli; divenuto cadente, non fu permesso ai confratelli di ripararlo a proprie spese ed il proprietario, per non accollarsi l'onere per la riparazione e manutenzione, decise di demolirlo.
Le campanelle, però, donate alla Chiesa e collocate nella torre campanaria sopra le grosse campane, continuarono da là a trasmettere vari messaggi; al mattino, ad esempio, il suono isolato di una delle due campanelle indicava l'arrivo del medico per l'ambulatorio.
Provengono dall'Oratorio di san Francesco anche le due acquasantiere che vediamo oggi ai lati dei due ingressi laterali alla Chiesa Parrocchiale.
Pare che queste vennero cedute in seguito alla demolizione stessa dell?Oratorio intorno agli anni '50.